Casa ecologica: istruzioni per l’uso

Casa ecologica: istruzioni per l'uso
Non ha bisogno di rete elettrica perché utilizza l’energia solare, si trova vicino a fermate di metro e bus per permettere di spostarsi con i mezzi, non ha dispersioni termiche: è la casa ecologica, un sogno che un numero sempre più alto di italiani cerca di realizzare.

Per aiutare a scegliere l’edificio migliore è nato il “Decalogo informativo per l’acquisto di un immobile“, documento che sintetizza in dieci punti le precauzioni a cui badare prima di acquistare una casa, un negozio o un ufficio. Stilato dall’architetto Giuseppe Magistretti dello studio di progettazione “Archingegno” di Milano, il Decalogo si basa sulla “diagnosi strumentale”, un test sulle prestazioni dell’edificio e sulla sua conformità alle leggi in vigore, effettuato dallo stesso studio architettonico. Si va dal controllo delle dispersioni termiche per verificare l’isolamento dell’abitazione all’accertamento del tasso di umidità, dal check-up degli impianti all’analisi sulla presenza di gas Radon (che, se molto concentrato, può provocare tumori al polmone), dal controllo delle strutture portanti a quello sulla presenza di campi elettromagnetici.

Anche il WWF, in collaborazione con Edizioni Ambiente e con il patrocinio della Provincia di Roma, ha stilato un decalogo che individua le caratteristiche fondamentali della “casa ecologica”. Il primo requisito è l’indispensabilità (bandite, quindi, case-vacanze non necessarie, legate solo allo svago), la localizzazione (tenendo conto dell’opportunità paesaggistica, della natura e della morfologia del territorio), il rispetto delle specificità dell’ambiente circostante, le dimensioni ridotte al minimo. I materiali utilizzati devono essere tutti a basso impatto, prodotti senza nessuno sperpero di energia e, naturalmente, salubri. E’ anche importante che la casa riduca il consumo di energia grazie a un buon sistema isolante e che i suoi abitanti siano coinvolti, in prima persona, nella progettazione.

I materiali della casa ecologica devono essere, ovviamente, naturali. Il legno, al contrario dei materiali solitamente usati in edilizia, accumula anidride carbonica sottraendola all’atmosfera, ed è uno dei più ecologici, ma prima di acquistare una casa è necessario assicurarsi che il legno di cui è fatta provenga da boschi e foreste certificati, ovvero “coltivati” nel rispetto dell’ambiente. “Abitare in una casa fatta di legname certificato – spiega Antonio Brunori, Segretario Generale del Pan-european Forest Certification Council – PEFC Italia – significa avere la certezza della sua origine ecosostenibile. Se il legno è certificato, per ogni albero abbattuto viene garantito il reimpianto o la rinnovazione naturale, dando un futuro al bosco. Un bel vantaggio per l’ecosistema e per le generazioni future”. Il legname certificato non costa di più di quello non certificato. Una delle migliori aziende produttrici di case in legno certificato è la Ille – Case in legno (www.ille-chalets.ch) che ha costruito anche le abitazioni per i terremotati dell’Aquila.

E come dimenticare i pannelli solari, che utilizzano l’energia del sole per produrre acqua calda e riscaldare la casa? Per calcolare le dimensioni di quelli da installare non si deve tener conto dei mq. della casa, ma del numero dei membri della famiglia. Di media il consumo di acqua calda è pari a 30-50 litri al giorno e ogni metro quadro di pannello installato serve a produrre 50-80 litri al giorno. Quindi per una famiglia di 3 persone sono necessari circa 6 metri quadri di pannelli solari termici. Bisogna comunque calcolare anche l’impatto di altri fattori come la posizione geografica, l’esposizione sud-sudest e l’inclinazione del tetto, il proprio consumo medio di acqua sanitaria, le fasce orarie di consumo dell’acqua e l’assenza di zone d’ombra che possono influire sul calcolo della quantità di pannelli solari da installare sul tetto.

Quando si parla di bioedilizia bisogna anche tener conto del delicato rapporto tra costruzione e ambiente circostante, perché questo influisce direttamente sulla sua efficienza energetica e sul nostro modo di vivere l’abitazione. Per questo motivo i bioarchitetti si rifanno sempre più spesso al Feng Shui, l’antica arte cinese di costruire e arredare in armonia con la natura. Secondo questa filosofia, ad esempio, non si deve costruire su un terreno qualunque, nè su cavità sotterranee e nemmeno su una miniera pre-esistente, la forma e il colore di mobili e oggetti devono richiamarsi ai 5 elementi naturali e la casa dovrebbe essere quadrata o rettangolare e mai esposta a onde cosmiche-telluriche.

Per quanto riguarda l’arredamento, il materiale usato deve essere interamente biodegradabile e non deve contenere sostanze tossiche o potenzialmente dannose, come smalti o solventi chimici radioattivi. Inoltre, un design ecologico, deve sempre privilegiare materiali riciclabili: alla plastica tradizionale, problematica da smaltire, è bene ad esempio preferire quella di riso, interamente biodegradabile. E sempre in quest’ottica nascono e si sviluppano nuovi materiali e nuove tecnologie per creare prodotti ecologici e sicuri, in grado di rendere la casa un luogo sano dove abitare. Materiali come il tetrapac riciclato, che viene usato sempre di più dai bioarchitetti come isolante termo-acustico a zero impatto ambientale. L’ecodesign cerca continuamente nuove soluzioni in grado di ottimizzare le performance ambientali durante tutto il ciclo di vita del prodotto: dal progetto iniziale, che include solo un certo tipo di materiali ed esclude tutti quelli dannosi, all’ottimizzazione della produzione e della distribuzione, fino alla riduzione del consumo energetico e alla semplificazione dei processi di smaltimento.

La ciliegina sulla torta di una casa “bio” è sicuramente la disponibilità di un orto e di un giardino, ma non tutti in città possono permetterselo. Dal 2011 però questo sogno potrà realizzarsi per tutti grazie al progetto “Orti urbani”, promosso da Italia nostra, Anci, Coldiretti e Campagna Amica. Con questa iniziativa, presentata a Roma a fine ottobre, le organizzazioni si sono impegnate a seguire una linea operativa comune nella coltivazione degli orti urbani, lotti di terreno in genere tra i 40 e i 65 metri quadrati di proprietà comunale, per metterli a disposizione dei cittadini. Finora trascurati o coltivati senza un criterio, a partire dal 2011 verranno adibiti a giardinaggio ricreativo, didattico o di reinserimento dei detenuti e potranno essere assegnati in comodato a tutti coloro che lo chiederanno. Come stabilito dalle linee guida, gli orti verranno protetti dall’inquinamento con progetti ad hoc, coltivati con prodotti tipici del territorio, irrigati con un uso etico delle risorse idriche e dotati di un sistema di smaltimento dei rifiuti a fermentazione naturale. “Con questo progetto – spiega l’avvocato Evaristo Petrocchi, promotore dell’iniziativa per Italia Nostra – puntiamo non solo a ottenere prodotti di qualità ma a rivalutare il legame tra coltivazione e cultura locale. Dietro ogni prodotto agricolo c’è un pezzo della nostra Storia”.

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